di Antonella Marino (tratto da Repubblica.it) Squadra vincente non si cambia. Così, con l'inossidabile passione di sempre, il team formato dal critico romano Giuseppe Appella affiancato qui da Ellen Russotto, l'architetto Alberto Zanmatti e il Circolo La Scaletta di Matera, torna puntuale anche quest'anno con una nuova mostra nella location spettacolare dei Sassi. Il 14 giugno, nel labirinto rupestre di Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci, è stata inaugurata l'antologica dell'artista americano Ibram Lassaw: un'ottantina di sculture si dispongono lungo il percorso di chiesette, grotte, slarghi, nicchie e anfratti a più livelli (mentre una selezione di disegni e gioielli è esposta nel museo Musma. Fino al 18 ottobre. Info 0835/236233).
Di questi tempi Matera non ha certo bisogno di spot turistici. I suoi vicoli fuori dal tempo sono fin troppo presi di assalto. Tuttavia la mostra è un motivo di visita in più. Per uno strano sortilegio, oltre che per le intuizioni dei curatori, questi spazi sembrano infatti il set più adatto ad accogliere ed esaltare le peculiarità di autori storici diversi, scelti spesso al di fuori dei circuiti ufficiali, senza osare troppo sul presente ma con filologico rigore. Come Ibram Lassaw, nato ad Alessandria d'Egitto nel 1913 ma trapiantato da piccolo a New York, dove captò gli umori più vivaci del suo tempo: a partire dalla lezione surrealista negli anni '30, fondamentale per la nascita di una moderna tradizione artistica americana. Amico di Mirò e di Pollock, partecipe nel dopoguerra al fervido dibattito della Scuola di New York, Lassaw offri un contributo al rinnovamento della scultura, in parallelo all'Action painting . Lo si coglie lungo il percorso espositivo, che si dispone in ordine cronologico: dalle prime esperienze plastiche all'ingresso, come il mutilo Torso del '31 e i successivi teatrini colorati, che risentono delle influenze di Arp e Mirò. Ma è nel frastagliato ambiente sottostante che prende forma a sorpresa il suo linguaggio: con opere a parete come "Clouds of Magellan" del '52 ( uscito per la prima volta dalla casa dell'architetto Philip Johnson), "Morning star" del '54, sospeso dall'alto; o l'inquietante "Solstice" verticale del '61.
Sono grovigli filiformi di metalli saldati, bronzo, rame, ottone con inserti di altre leghe e minerali che conferiscono tonalità diverse alle superfici. Foreste archetipe buone anche per avvenirstici fondali di fantascienza; concrezioni a goccia come stalagmiti, grappoli vibranti di pieni e vuoti, arabeschi preziosi come ceselli di gioielleria. C'è evidentemente una forte carica energetica e istintuale in questi lavori, che si nutrono di suggestioni biomorfe. Coniugando però il fascino della natura, vissuta da Lassaw nei lunghi soggiorni a East Hampton dove si trasferì poi con la famiglia, e il meccanicismo dinamico dell'ambiente urbano, arricchiti dalle suggestioni di antichi ornamenti ammirati nei viaggi in Oriente e anche in Italia.
Il loro vitalismo leggero si affianca dagli anni '60 a più volumetriche strutture e perde vigore nelle opere tarde, più esplicitamente geometriche, debitrici al Costruttivimo e all'astrattismo di Mondrian. Ma conserva un suo fascino in chiave monumentale, nel grande "Patheon" in bronzo del '73 che domina sulla terrazza prospiciente lo strapiombo della gravina: un'opera tirata fuori dagli scantinati del Rockfeller Center di New York e donata dalla novantatreenne vedova dell'artista a Matera (dove Lassaw, scomparso nel '97, era venuto sette anni prima), che andrà far parte della collezione permanente del vicino Musma. |